Meta sotto accusa: AI inaffidabile usata per licenziare 26 dipendenti, parte la causa legale

“Mi hanno buttato fuori per un numero su uno schermo.” Così racconta uno degli ex dipendenti Meta, tra i 26 che ora sfidano l’azienda in tribunale. Qualche mese fa, la società ha cancellato centinaia di posti di lavoro, ma non è il numero a far discutere. È il modo: un algoritmo, un sistema automatico, avrebbe deciso chi tenere e chi no. Parametri freddi, come assenze per malattia o congedi legittimi, trasformati in “punteggi” che hanno condannato persone che, dicono, avrebbero dovuto restare. La battaglia legale punta il dito contro questo meccanismo, accusato di ingiustizia e disumanità.

Metamate: l’assistente digitale che decide chi resta e chi va via

Dietro i licenziamenti c’è Metamate, un sistema AI che Meta ha messo a punto per gestire il personale. Metamate combina diversi strumenti con un unico scopo: valutare le performance e aiutare a scegliere chi tagliare. Il sistema crea una classifica interna, assegnando punteggi sulla base di dati raccolti in automatico. In teoria, un modo veloce e “oggettivo” per ridurre il personale in eccesso.

Il problema è che tra i criteri usati ci sono anche i giorni di assenza, che includono ferie, congedi parentali o per malattia, cioè assenze autorizzate e legittime. Questo ha fatto scattare il campanello d’allarme: molti dipendenti hanno visto il loro punteggio calare senza che si tenesse conto del loro impegno reale o dei risultati ottenuti. Il risultato? Licenziamenti che, dicono gli ex lavoratori, non avrebbero avuto motivo di esserci.

Assenze pagate come difetti: la causa contro la “valutazione automatica”

La denuncia punta il dito su un punto chiave: includere le assenze ufficiali nel calcolo dei punteggi ha trasformato diritti come ferie o congedi in penalità. Chi ha usato permessi legali, come il congedo parentale o la malattia certificata, si è trovato declassato nella graduatoria, con effetti pesanti sul giudizio finale.

In pratica, il sistema non ha saputo distinguere tra assenze giustificate e comportamenti effettivamente scorretti, creando una disparità che ha portato a tagliare persone che, con un giudizio più attento e umano, avrebbero dovuto restare. La causa chiede un controllo rigoroso su questo metodo, denunciando una mancanza di trasparenza e criteri equi in un processo troppo affidato a un algoritmo non corretto.

Il nodo dell’automazione nelle decisioni sul lavoro

Il caso Meta apre un dibattito importante sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle scelte che riguardano il personale. Se da un lato l’automazione può aiutare a velocizzare e rendere più efficienti i processi, dall’altro rischia di semplificare troppo questioni complesse, ignorando diritti e situazioni personali.

Inserire dati come le assenze legittime in un sistema che dà voti può portare a errori gravi e ingiustizie. Questa vicenda sottolinea quanto sia necessario bilanciare tecnologia e giudizio umano, soprattutto quando in ballo c’è il futuro di una persona.

I tribunali dovranno ora capire se Meta ha usato Metamate in modo corretto o se ha superato il limite, dando il via a una riflessione più ampia su come le aziende debbano usare l’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. Un passaggio decisivo per mettere regole chiare a questo incrocio delicato tra innovazione e rispetto delle persone.

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