Riconoscimento facciale AI per la polizia: nuove regole operative dal 30 settembre 2026 in Italia

Dal 30 settembre 2026, l’uso dell’intelligenza artificiale per il riconoscimento biometrico in tempo reale da parte della polizia cambia radicalmente. Non è un semplice aggiornamento tecnico, ma un vero e proprio giro di vite, imposto dall’AI Act europeo. Le telecamere intelligenti, capaci di incrociare volti con banche dati biometriche, finora erano uno strumento potente e controverso nella sicurezza pubblica. Ora, però, entra in gioco una nuova legge che fissa paletti netti.

Si tratta di una norma inserita nel Codice di Procedura Penale, che detta regole precise su quando e come la polizia può affidarsi a questa tecnologia. Il punto è evitare abusi, proteggere la privacy e le libertà fondamentali, senza però rinunciare a un’azione di controllo efficace. Un equilibrio delicato, che cerca di mettere ordine in un campo dove sicurezza e diritti civili spesso si scontrano.

Riconoscimento biometrico in polizia: le nuove regole entrano in vigore

Il decreto legislativo n. 160 del 9 settembre 2026 ha introdotto l’articolo 359-ter nel Codice di Procedura Penale. Questa norma disciplina l’uso di sistemi di intelligenza artificiale per localizzare e identificare persone durante le attività di polizia. Si parla di telecamere posizionate in punti sensibili come stazioni, aeroporti, aree urbane molto frequentate o installazioni temporanee per eventi.

Il meccanismo è questo: le immagini catturate vengono inviate a un sistema AI che analizza i tratti biometrici della persona ripresa, confrontandoli con dati conservati in banche dati ufficiali. Lo scopo è trovare persone ricercate, latitanti o sospettate di gravi reati. Non mancano casi delicati, come la ricerca di persone scomparse, vittime di sequestri, tratta o sfruttamento sessuale.

L’attivazione di questi strumenti richiede una richiesta motivata del pubblico ministero. Di solito serve anche un’autorizzazione del giudice, che valuta se la misura è fondata e proporzionata. L’autorizzazione deve specificare il reato, l’obiettivo dell’indagine, le caratteristiche della persona o del gruppo cercato, la zona interessata e la durata dell’uso del sistema. Il periodo di attivazione è al massimo di una settimana, con proroghe solo in casi eccezionali e ben motivati.

Questa normativa mette un freno netto all’uso indiscriminato del riconoscimento biometrico, proteggendo i diritti civili. La chiarezza su autorizzazioni, ambiti e tempi di utilizzo è una garanzia fondamentale per le libertà individuali nell’era digitale.

Sicurezza e diritti: il difficile equilibrio nella nuova legge

L’introduzione dell’articolo 359-ter non è solo un cambiamento di facciata, ma un passo decisivo in un momento in cui l’intelligenza artificiale si fa sempre più presente nelle strategie di sicurezza pubblica. L’Italia, adeguandosi alle norme europee, vuole evitare rischi di violazioni della privacy e un controllo sociale troppo invasivo, possibili se queste tecnologie venissero usate senza regole chiare.

Sul campo, la nuova legge offre alle forze dell’ordine uno strumento in più per identificare rapidamente sospetti o ritrovare minori scomparsi, ma impone un quadro rigoroso di controlli e limiti. Questo è fondamentale, perché l’intelligenza artificiale può davvero migliorare la prevenzione dei crimini più gravi, ma solo se gestita con attenzione.

Dal punto di vista dei diritti, il sistema di autorizzazioni – che coinvolge pubblici ministeri, giudici e limiti temporali precisi – rappresenta una tutela contro abusi o usi eccessivi. La norma sottolinea inoltre che il riconoscimento biometrico può essere usato solo in casi specifici e gravi, come reati importanti o persone scomparse, evitando così un uso generico che metterebbe a rischio la libertà delle persone innocenti.

La legge italiana del 2026 prova quindi a coniugare sicurezza e diritti, inserendo un quadro chiaro per l’uso dell’intelligenza artificiale nelle indagini e nella prevenzione.

Tecnologie e procedure: come funzionano le nuove regole in polizia

L’applicazione pratica della legge passa anche per una definizione precisa delle tecnologie e delle procedure ammesse. I sistemi di videosorveglianza e riconoscimento biometrico devono rispettare standard elevati di affidabilità e sicurezza, come richiesto dall’AI Act europeo. Conta la qualità delle immagini, la capacità di elaborazione in tempo reale e la protezione dei dati raccolti.

Le telecamere in luoghi ad alta frequentazione non si limitano a registrare, ma inviano i dati a server con algoritmi avanzati che estraggono caratteristiche biometriche come impronte digitali facciali o tratti del volto. Questi dati vengono poi confrontati con banche dati autorizzate, contenenti informazioni su persone condannate, latitanti o di particolare interesse per la polizia.

Le procedure autorizzative fissano regole precise: ogni intervento deve indicare chiaramente l’area geografica interessata – per esempio una stazione o una piazza – e la durata, di norma non superiore a sette giorni. Se necessario, la durata può essere prorogata ma solo con un’autorizzazione motivata del giudice.

Dal punto di vista operativo, l’introduzione di queste tecnologie richiede anche un controllo costante per evitare abusi e garantire che i dati vengano usati solo per gli scopi previsti. La legge suggerisce inoltre protocolli di sicurezza informatica e formazione specifica per gli operatori che gestiscono questi sistemi innovativi.

Tutto ciò disegna un quadro ben organizzato, pensato per sfruttare le potenzialità dell’intelligenza artificiale senza rinunciare al rispetto delle libertà individuali e al giusto equilibrio tra sicurezza e diritti.

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